venerdì, 25 maggio 2007

LA MIA CITTA': VALEGGIO SUL MINCIO (VR)


Borghetto


INFANZIA


E’ più di vent’anni che sono andato via da Valeggio, eppure, mi accade sovente di pensarci. Di pensare a quel pugno di case, con quell’enorme chiesa nel centro, quel vecchio castello di sopra, e attorno quell’immensa campagna, verde a perdita d’occhio; si percorrono chilometri e chilometri prima di giungere a un altro paese: Valeggio è veramente un oasi, quattro tetti in mezzo a un deserto verde.
Quando me ne andai, da ragazzino, mi sembrò di morire di nostalgia. L’avevo percorso migliaia di volte, quel paese, a piedi, in bicicletta, studiandone ogni angolo, andando a vederne ogni visuale, con ogni luce, ad ogni ora del giorno, anche di notte, tastandone la terra. Infinite volte ho girato per quella campagna. D’estate, col sole che mi bruciava, sudato ed ansante sulla bicicletta, l’asfalto scottava, per quell’immensa pianura, verde a perdita d’occhio, con l’arancione delle pesche che mi occhieggiava dai frutteti, potevo sentirne il profumo nell’aria, finché non mi fermavo in un prato, buttavo per terra la bici e mi stendevo all’ombra, sull’erba fresca. Col gelo d’inverno, con l’erba bianca e dura di ghiaccio, pedalando nella nebbia, in un’atmosfera irreale, con davanti a me solo pochi metri d’asfalto grigio bagnato, poi il Nulla, solo quella cortina fredda e umida, la sentivo sulla faccia come mille spilli bagnati, vagamente protettiva, e al tempo stesso inquietante, finché dal manto grigio non spuntavano, fioche, poi sempre più vive, le prime luci del paese. In primavera, la campagna era rosa, rosa a perdita d’occhio, di fiori di pesco; non sembrava vero di avanzare in tutto quel profumo, con gli alberi vestiti da sposa.
Le vie del paese erano la mia casa. Le conoscevo metro per metro, ogni buca, ogni tombino; la chiesa, i campetti da pallone, il macello, il municipio, il castello, ogni singola casa: tutto conoscevo, tutto era dentro di me. Le colline da un lato dell’abitato, rotonde, alcune boscose, altre secche e gialle, altre ancora verdi e fresche, erano il terrazzo ideale per gustare il paese, la valle del Mincio, la campagna profonda. Quando, al tramonto, salivo sul Monte Ogheri, giusto alle spalle del paese, avevo sotto di me quel mare di tetti rossi, ed attorno il verde a perdita d’occhio, con le strade a raggiera che si allontanavano, come a formare una stella fra i campi colorati, con la luce ormai rossiccia del sole che calava. Restavo a guardare come intontito. Cercavo di riconoscere, da lassù, ogni piccola casa, ogni strada, e sentivo che tutto questo era mio.
Ma un bambino non può sapere. Non potevo sapere che tutto ciò mi sarebbe rimasto dentro, fino a fare male.
[...]

Cesare Pavese ammonisce a non tornare al proprio paese d’infanzia, a quei quattro tetti tanto dolorosamente amati nel ricordo, pena la dissacrazione del mito, pena la perdita di significato della propria stessa vita. Ed ha perfettamente ragione.
In tutti questi anni sono tornato più volte al mio paese, dapprima col cuore stretto dall’emozione nel rivedere tutti quegli angoli, al sentire che corrispondevano ai miei sensi, poi, ritorno dopo ritorno, con sempre maggiore indifferenza verso tutto quello che era parte di me, indifferenza dettata dalla rinnovata abitudine, un po’ come vedere ed usare ogni giorno le proprie braccia e le proprie gambe, poi con ripetuti affanni nel vedere case nuove, strade nuove, gente nuova, stravolgere completamente ciò che era per me l’universo intero, infine con una nuova abitudine verso questo paese inedito, ormai estraneo a quello che era mio. La proustiana intermittenza del cuore è ormai quasi impossibile per me.
Stamattina mi sono trovato per caso al mio vecchio paese. Cammino piano per le strette viuzze. Le case colorate si stagliano alte contro il celeste profondo del cielo. Sotto il sole di mezzogiorno, Valeggio ha per me un aspetto insolito, frizzante; continuo a girare la testa intorno, vecchie persiane socchiuse mi guardano curiose, in un luminoso scambio di interesse. Svolto l’angolo, vecchia viuzza, percorsa milioni di volte da bambino. Incrocio una donna, da lontano la guardo, cammina svelta; ora la vedo in faccia: faccia oscura. “Non è del posto”, mi dico di botto. E’ vero! E’ estranea all’ambiente che la circonda, non ha nessun interesse a quegli scorci, quando cammina, pesta delle pietre non sue.
Finalmente ho capito, o, per meglio dire, ho compreso una seconda volta, perché in questo paese sento questo fresco benessere, sento il mio sangue scorrere caldo e felice sotto di me: i miei piedi pestano una terra che è mia.


Questo thread aderisce al gioco "La mia città" ideato da writer http://blog.libero.it/AltreLatitudini/


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venerdì, 25 maggio 2007
Fiori di vetro


IL LIBRO

"Fiori di vetro" è una raccolta di 13 racconti brevi, in cui l'autore, appassionato "scrutatore" della realtà contemporanea, cerca di riflettere e far riflettere. I racconti sono ordinati secondo un percorso ben stabilito, che prende in considerazione più l'elemento ideale che quello cronologico. 
"Un insieme di storie di dolente quotidianità. Le situazioni sono quelle che ognuno di noi vive: gli ideali, l'impegno, i doveri, le frustrazioni che si sommano giorno dopo giorno. Dalla leggerezza dell'infanzia alla cognizione del dolore dell'età adulta, sotto il segno di un forte contrasto e di un impossibile compromesso tra aspirazioni 'elevate' e dimessa negatività da vivere.
Le esili trame di ogni racconto vanno a creare un'atmosfera umbratile, come sospesa sul nulla, Nulla di cui il protagonista senza nome si rende conto, e cerca disperatamente di sfuggirvi, di aggrapparsi a qualcosa, soprattutto con l'amore per l'arte e per la natura, viscerali tensioni alla bellezza.
In questa atmosfera crepuscolare che diviene quasi soggetto, il lirismo nel ricordo e nella contemplazione, e la passione intimista, sono alternati a rabbia e a sprazzi di umorismo a volte acre, insieme ad una lucida analisi sociale dei nostri tempi".


L'AUTORE

Massimo Turrata è nato a Peschiera del Garda ( VR) nel 1970, luogo dove tuttora vive e lavora. Appassionato cultore della Bellezza in tutte le sue forme, scrive in prosa ed in versi dal 1990.
Dopo aver partecipato a numerosi concorsi letterari con risultati lusinghieri, ed aver pubblicato prose, poesie, articoli, su diversi giornali e riviste nazionali e locali, decide di provare la pubblicazione: al primo tentativo il suo incontro con Ennepilibri, casa editrice di Imperia, la quale opera controcorrente, pubblicando e distribuendo letteratura di qualità sostenendo il rischio d'impresa, quindi senza far sborsare nulla agli scrittori; ogni libro di Ennepilibri è rilegato a mano.
L'autore viene selezionato, dando quindi alle stampe la sua prima opera, "Fiori di vetro", che esce nell'estate del 2006.
postato da: MassimoT alle ore 21:19 | Permalink | commenti
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sabato, 19 maggio 2007
STRANEZZE VERONESI

Girando per Verona ho scattato, col solito cellulare, questa foto in Piazza Erbe.
L'ho intitolata: "Mondo antico e mondo nuovo: il nostro vecchio  lume poetico Berto Barbarani con signorina discinta".

BarbaraniBeh, diciamo che il vecchio Berto è venuto a trovarsi in buona posizione.


postato da: MassimoT alle ore 13:44 | Permalink | commenti (7)
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giovedì, 10 maggio 2007
VIAGGIO A TRIESTE

Sono appena tornato da una due giorni a Trieste e Capodistria. Era dal 1983 che non andavo da quelle parti, e... mi mancavano! Ho scoperto un sacco di monumenti che sono una gioia per gli occhi, e respirato parte delle atmosfere di Svevo, Joyce, Saba, e perché no? anche Magris e Roveredo. E' strano vedere come una città così interessante abbia così poco turismo. Meglio per i pochi che se la godono in tranquillità, comunque.
Forrei farvi partecipi di qualche immagine, che purtroppo ho potuto scattare solo col cellulare, visto che la mia vecchia Canon ha deciso di starsene a casa.
Non mi piace fotografare le solite cose che fotografano tutti, ma cercare un minimo di originalità. Eccovele qua!

Foto(390)Palazzo del Comune con Carlo VI che cerca di fregarsi la bandiera

Foto(389)Caratteristica piazzetta dietro S. Antonio Nuovo

Foto(388)Trieste a volte ti fa anche le boccacce!

Foto(383)Angolo quasi "parigino"

Foto(384)Sapevate che dove ci sono ruderi romani ci sono anche gatti? Ecco i padroni del Teatro romano!

Foto(385)Ed eccone la riprova: gatta e porta romana

Foto(382)Beppe Verdi con piccione che gli scagazza sulla testa come optional (!!!)

Foto(386)A Capodistria ci sono ancora leoni di San Marco splendidi, rimasti intatti dai picconi di Napoleone

Foto(387)Questo è addirittura del Quattrocento


postato da: MassimoT alle ore 21:23 | Permalink | commenti (8)
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