LA MIA CITTA': VALEGGIO SUL MINCIO (VR)

INFANZIA
E’ più di vent’anni che sono andato via da Valeggio, eppure, mi accade sovente di pensarci. Di pensare a quel pugno di case, con quell’enorme chiesa nel centro, quel vecchio castello di sopra, e attorno quell’immensa campagna, verde a perdita d’occhio; si percorrono chilometri e chilometri prima di giungere a un altro paese: Valeggio è veramente un oasi, quattro tetti in mezzo a un deserto verde.
Quando me ne andai, da ragazzino, mi sembrò di morire di nostalgia. L’avevo percorso migliaia di volte, quel paese, a piedi, in bicicletta, studiandone ogni angolo, andando a vederne ogni visuale, con ogni luce, ad ogni ora del giorno, anche di notte, tastandone la terra. Infinite volte ho girato per quella campagna. D’estate, col sole che mi bruciava, sudato ed ansante sulla bicicletta, l’asfalto scottava, per quell’immensa pianura, verde a perdita d’occhio, con l’arancione delle pesche che mi occhieggiava dai frutteti, potevo sentirne il profumo nell’aria, finché non mi fermavo in un prato, buttavo per terra la bici e mi stendevo all’ombra, sull’erba fresca. Col gelo d’inverno, con l’erba bianca e dura di ghiaccio, pedalando nella nebbia, in un’atmosfera irreale, con davanti a me solo pochi metri d’asfalto grigio bagnato, poi il Nulla, solo quella cortina fredda e umida, la sentivo sulla faccia come mille spilli bagnati, vagamente protettiva, e al tempo stesso inquietante, finché dal manto grigio non spuntavano, fioche, poi sempre più vive, le prime luci del paese. In primavera, la campagna era rosa, rosa a perdita d’occhio, di fiori di pesco; non sembrava vero di avanzare in tutto quel profumo, con gli alberi vestiti da sposa.
Le vie del paese erano la mia casa. Le conoscevo metro per metro, ogni buca, ogni tombino; la chiesa, i campetti da pallone, il macello, il municipio, il castello, ogni singola casa: tutto conoscevo, tutto era dentro di me. Le colline da un lato dell’abitato, rotonde, alcune boscose, altre secche e gialle, altre ancora verdi e fresche, erano il terrazzo ideale per gustare il paese, la valle del Mincio, la campagna profonda. Quando, al tramonto, salivo sul Monte Ogheri, giusto alle spalle del paese, avevo sotto di me quel mare di tetti rossi, ed attorno il verde a perdita d’occhio, con le strade a raggiera che si allontanavano, come a formare una stella fra i campi colorati, con la luce ormai rossiccia del sole che calava. Restavo a guardare come intontito. Cercavo di riconoscere, da lassù, ogni piccola casa, ogni strada, e sentivo che tutto questo era mio.
Ma un bambino non può sapere. Non potevo sapere che tutto ciò mi sarebbe rimasto dentro, fino a fare male.
[...]
Cesare Pavese ammonisce a non tornare al proprio paese d’infanzia, a quei quattro tetti tanto dolorosamente amati nel ricordo, pena la dissacrazione del mito, pena la perdita di significato della propria stessa vita. Ed ha perfettamente ragione.
In tutti questi anni sono tornato più volte al mio paese, dapprima col cuore stretto dall’emozione nel rivedere tutti quegli angoli, al sentire che corrispondevano ai miei sensi, poi, ritorno dopo ritorno, con sempre maggiore indifferenza verso tutto quello che era parte di me, indifferenza dettata dalla rinnovata abitudine, un po’ come vedere ed usare ogni giorno le proprie braccia e le proprie gambe, poi con ripetuti affanni nel vedere case nuove, strade nuove, gente nuova, stravolgere completamente ciò che era per me l’universo intero, infine con una nuova abitudine verso questo paese inedito, ormai estraneo a quello che era mio. La proustiana intermittenza del cuore è ormai quasi impossibile per me.
Stamattina mi sono trovato per caso al mio vecchio paese. Cammino piano per le strette viuzze. Le case colorate si stagliano alte contro il celeste profondo del cielo. Sotto il sole di mezzogiorno, Valeggio ha per me un aspetto insolito, frizzante; continuo a girare la testa intorno, vecchie persiane socchiuse mi guardano curiose, in un luminoso scambio di interesse. Svolto l’angolo, vecchia viuzza, percorsa milioni di volte da bambino. Incrocio una donna, da lontano la guardo, cammina svelta; ora la vedo in faccia: faccia oscura. “Non è del posto”, mi dico di botto. E’ vero! E’ estranea all’ambiente che la circonda, non ha nessun interesse a quegli scorci, quando cammina, pesta delle pietre non sue.
Finalmente ho capito, o, per meglio dire, ho compreso una seconda volta, perché in questo paese sento questo fresco benessere, sento il mio sangue scorrere caldo e felice sotto di me: i miei piedi pestano una terra che è mia.
Questo thread aderisce al gioco "La mia città" ideato da writer http://blog.libero.it/AltreLatitudini/





Beh, diciamo che il vecchio Berto è venuto a trovarsi in buona posizione.
Palazzo del Comune con Carlo VI che cerca di fregarsi la bandiera
Caratteristica piazzetta dietro S. Antonio Nuovo
Trieste a volte ti fa anche le boccacce!
Angolo quasi "parigino"
Sapevate che dove ci sono ruderi romani ci sono anche gatti? Ecco i padroni del Teatro romano!
Ed eccone la riprova: gatta e porta romana
Beppe Verdi con piccione che gli scagazza sulla testa come optional (!!!)
A Capodistria ci sono ancora leoni di San Marco splendidi, rimasti intatti dai picconi di Napoleone
Questo è addirittura del Quattrocento