domenica, 22 aprile 2007
UNA SPLENDIDA SERATA

Finalmente giunse la grande serata! Ieri sera (23 marzo) la tanto attesa presentazione di "Fiori di vetro" a Valeggio sul Mincio, il mio vecchio paesello, è avvenuta. Sono rimasto quasi sconvolto dalla presenza (quasi 50 persone, il che non è facile, il venerdì sera in un paese di campagna), dall'attenzione quasi religiosa, dalla disponibilità della gente. Al momento delle domande del pubblico, dopo un momento iniziale di incertezza i quesiti sono fioccati, compreso quello del mio amico Giovanni che ogni volta costringo con la forza bruta davanti a tutti a farmi una qualsivoglia domanda: quello diventa rosso, poi viola, poi verde... poi biascica qualcosa. Ahahah... Poveraccio! è ormai diventata una barzelletta!
Il ricordo che ho lasciato nella gente del paese mi ha commosso. Devo ringraziare, insieme a tutti gli intervenuti, enormemente l'Amministrazione Comunale per l'organizzazione e la presenza (l'assessore Giovanni Veronesi, Alessandra della Pro Loco...), il relatore, Luciano Fornari, brillante e vivace come non mai
(preziosissimo!), e l'amico  Keypaxx, conosciuto proprio su Splinder, che si è sciroppato 200 km apposta per questa serata e mi ha fatto un sacco di foto stupende (c'è un tocco artistico nelle tue foto, Key; mai pensato di fare il fotografo?). Ne allego un paio: sono venuto anche più giovanile che nel mio avatar! Le altre potete trovarle nel suo blog (www.keypaxx.splinder.com), molto interessante anche a livello letterario, vista la sua attività di scrittore, e informativo. Di solito non metto mie foto su internet, ma stavolta sono ben lieto di fare un'eccezione. Anzi, la generosità di Key mi ha sorpreso.
Spero tanto possano esserci altre serate di questo tono.


IMG_0834E' qui che la penna dello scrittore serve a qualcosa!  


Massimo - Presentazione a Valeggio 3Giovine scrittore che costringe a posare la sua creatura




INFANZIA (Incipit)

E’ più di vent’anni che sono andato via da Valeggio, eppure, mi accade sovente di pensarci. Di pensare a quel pugno di case, con quell’enorme chiesa nel centro, quel vecchio castello di sopra, e attorno quell’immensa campagna, verde a perdita d’occhio; si percorrono chilometri e chilometri prima di giungere a un altro paese: Valeggio è veramente un oasi, quattro tetti in mezzo a un deserto verde.
Quando me ne andai, da ragazzino, mi sembrò di morire di nostalgia. L’avevo percorso migliaia di volte, quel paese, a piedi, in bicicletta, studiandone ogni angolo, andando a vederne ogni visuale, con ogni luce, ad ogni ora del giorno, anche di notte, tastandone la terra. Infinite volte ho girato per quella campagna. D’estate, col sole che mi bruciava, sudato ed ansante sulla bicicletta, l’asfalto scottava, per quell’immensa pianura, verde a perdita d’occhio, con l’arancione delle pesche che mi occhieggiava dai frutteti, potevo sentirne il profumo nell’aria, finché non mi fermavo in un prato, buttavo per terra la bici e mi stendevo all’ombra, sull’erba fresca. Col gelo d’inverno, con l’erba bianca e dura di ghiaccio, pedalando nella nebbia, in un’atmosfera irreale, con davanti a me solo pochi metri d’asfalto grigio bagnato, poi il Nulla, solo quella cortina fredda e umida, la sentivo sulla faccia come mille spilli bagnati, vagamente protettiva, e al tempo stesso inquietante, finché dal manto grigio non spuntavano, fioche, poi sempre più vive, le prime luci del paese. In primavera, la campagna era rosa, rosa a perdita d’occhio, di fiori di pesco; non sembrava vero di avanzare in tutto quel profumo, con gli alberi vestiti da sposa.
Le vie del paese erano la mia casa. Le conoscevo metro per metro, ogni buca, ogni tombino; la chiesa, i campetti da pallone, il macello, il municipio, il castello, ogni singola casa: tutto conoscevo, tutto era dentro di me. Le colline da un lato dell’abitato, rotonde, alcune boscose, altre secche e gialle, altre ancora verdi e fresche, erano il terrazzo ideale per gustare il paese, la valle del Mincio, la campagna profonda. Quando, al tramonto, salivo sul Monte Ogheri, giusto alle spalle del paese, avevo sotto di me quel mare di tetti rossi, ed attorno il verde a perdita d’occhio, con le strade a raggiera che si allontanavano, come a formare una stella fra i campi colorati, con la luce ormai rossiccia del sole che calava. Restavo a guardare come intontito. Cercavo di riconoscere, da lassù, ogni piccola casa, ogni strada, e sentivo che tutto questo era mio.
Ma un bambino non può sapere. Non potevo sapere che tutto ciò mi sarebbe rimasto dentro, fino a fare male.
postato da: MassimoT alle ore 14:14 | Permalink | commenti
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